Fari, guida dei naviganti fin dall'antichità


E’ probabile che il colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo antico, portasse nella sua mano alzata verso il cielo un grande braciere. E’ probabile cioè che fosse un preciso punto di riferimento per i naviganti sia di giorno, con la sua mole, che di notte con la sua luce. In altre parole un faro. Così come quello altrettanto celebre di Alessandria, che faro lo era sicuramente, anzi era tanto faro che tutti i segnalamenti notturni che vennero dopo di lui presero il nome dall’isoletta su cui sorgeva: Pharos. Da allora di secoli ne sono passati tanti, e i fari sono stati per secoli e secoli, insieme alla luna e alle stelle, la luce guida per il popolo dei naviganti. Purtroppo sono stati anche i muti testimoni di un’infinità di tragedie, soprattutto quando non funzionavano in modo corretto, fino a che poco a poco hanno perso la loro importanza, messi in aspettativa da altri occhi, elettronici, forse più precisi e più pratici come guida, ma certo meno poetici.
I fari più antichi erano delle torri in cima alle quali venivano posti dei bracieri ardenti alimentati con legna o carbone.
La fiamma non doveva mai spegnersi ed il problema era proteggerla dal vento e dalla pioggia con strutture che ne garantissero comunque la visibilità dal mare.
Con il tempo i bracieri vennero sostituiti da lampade ad olio. In Mediterraneo si utilizzava l’olio d’oliva, in Medio Oriente l’olio di sesamo, nel Nord-Europa si utilizzava grasso animale.
Prima dell’energia elettrica venne impiegato il gas all’inizio del XIX secolo ma solo per i fari vicino alle città data la difficoltà di trasportare questo combustibile. Il primo faro ad essere illuminato a gas fu quello di Punta Salure vicino a Trieste nel 1810. La rivoluzione avvenne con l’avvento dell’energia elettrica i primi fari vennero alimentati con delle dinamo, poi collegati alla rete cittadina che si andava via via espandendo. I fari moderni sono automatizzati ed alimentati da lampade elettriche la cui luminosità viene amplificata con diversi sistemi, per non essere confusi con le altre luci della costa la luce dei fari è intermittente e può essere visibile a distanze variabili a seconda della potenza del faro.
Nel mondo ci sono migliaia di fari, in Italia sono 128 e sono disposti con logica lungo le coste e le isole. A volte confusi con le luci della città come la famosa “lanterna” di Genova, altre volte abbarbicati come un nido d’aquila sulla roccia, ad oltre duecento metri d’altezza, a picco sul mare, come il faro di Capo Palinuro che è il più alto d’Italia. I fari sono comunque una razza in via d’estinzione, visto che almeno in Italia dagli inizi del secolo scorso non se ne costruiscono più, ed anche la loro funzione, pur essendo ancor oggi insostituibile, ha certo perso un po’ di valore. In alcuni casi, addirittura, soprattutto in Croazia e nel nord Europa, vecchi fari sono stati dismessi, ristrutturati, ed attrezzati per ospitare turisti in cerca di vacanze insolite. Del resto i fari per loro stessa natura, anche se involontariamente, sono stati sempre costruiti in luoghi di grande bellezza, isolati e selvaggi, spesso affacciati a picco sul mare, sospesi fra cielo e terra.

Quel fascio di luce che spazza la notte e che è sempre motivo di conforto quando si naviga nel buio è però spesso vittima dell’inquinamento luminoso. Soprattutto i fari meno importanti e più vicini alle città, soccombono facilmente nell’incredibile sfavillio di mille luci al neon che si accendono e spengono in continuazione. In estate, e lungo le coste delle località più frequentate, le luci delle discoteche sono a volte più potenti di quelle del faro, che però se posto sufficientemente in alto, dal largo può essere avvistato prima.

In effetti la distanza dalla quale può essere avvistato e riconosciuto un faro, ovvero la sua portata luminosa, è una delle sue principali caratteristiche, insieme al periodo e al tempo di emissione e all’altezza della lampada sul livello del mare. Il tutto è sempre riportato sulle carte nautiche accanto a quel conetto viola che indica appunto la presenza di un faro.

Perché queste caratteristiche siano però ben comprese e valutate, vale la pena ricordare che la portata dei segnalamenti luminosi in mare, e tali sono anche i fari, è valutata per un’altezza dell’occhio di un osservatore che si trovi a 5m. d’altezza. Inoltre non bisogna dimentica che la cosiddetta “portata nominale” di un faro, viene valutata sulla base di condizioni che consentano una visibilità omogenea per 10 miglia. In caso di foschia o addirittura nebbia, è quindi ovvio che l’azione del faro sarà molto inferiore a quella delle sue caratteristiche.

Certo in tempi di GPS e chart plotter, di radar e autopiloti, quella vecchia luce che buca la notte sfiorando le stelle sembra un po’ anacronistica. Una luce d’altri tempi, di quando il rapporto fra l’uomo e il mare era certo più duro ma forse anche più vero, anche se a quei tempi quando si lasciava un porto spesso non si aveva la certezza di potervi rientrare.