L’ANIMA E LA BARCA

Compagna dell’uomo nei momenti di maggior solitudine e unica salvezza in quelli di maggior pericolo, fin dalla sua prima comparsa l’imbarcazione venne personalizzata e dotata di un’anima.

Fu un processo inevitabile: l’ausiliarità era quanto meno pari a quella del bue e del cavallo, ed era quindi naturale che, come questi, la si  considerasse provvista di vita propria.

Tale concetto, arricchitosi nel corso dei secoli, è ancor oggi rintracciabile tra gruppi etnici primitivi o a struttura sociale semplificata (come isolani e pescatori); ma simboli residui persistono ancora nell’ambito della nostra società industriale, permettendoci di traguardare l’esistenza di una certa uniformità di comportamento mantenuta dall’uomo nei riguardi della propria imbarcazione.

Per il marinaio l’imbarcazione è realmente un essere che possiede vita del tutto indipendente da quella del proprietario o dell’equipaggio e dimostra tale convinzione soprattutto nei due momenti che contraddistinguono l’inizio di qualsiasi esistenza: il concepimento e la nascita.

Come il primitivo riserva un complesso apparato festoso-propiziatorio alla scelta dell’albero da cui uscirà la propria piroga, anche il marinaio europeo sottolinea l’enorme importanza della messa in cantiere della sua nuova barca.

In genere considera il concepimento maturato al momento della sagomatura dell’asse di chiglia: è a questo punto che si fa festa e che si comincia a discutere sul nome della futura imbarcazione.

Lungo le coste europee dell’Atlantico, ad esempio, ministro di questo rito è il maestro d’ascia più anziano che, conficcando sulla trave il primo chiodo simbolico guarnito di un nastro rosso, augura mari propizi alla nascitura.

Ancora, nel Nord Europa, quando la prua è sagomata, si diramano inviti a destra e sinistra e tutti sono obbligati ad intervenire offrendo abbondanti libagioni alle maestranze; o, nel caso fossero impossibilitati, a far pervenire i loro voti augurali: se non lo facessero, si tratterebbe di un imperdonabile sfregio.

L’atto successivo, ossia la nascita della barca, è il varo detto anche battesimo del mare: termine che in Francia è stato per secoli osteggiato dalla Chiesa in quanto disdicevole e “pagano”. Ma,  per il marinaio, si tratta sempre di un battesimo: tant’è vero che la sua barca avrà una madrina e, spesso, anche un padrino e che, prima di scivolare fra le onde, verrà aspersa, battezzata.

Una volta lo si faceva col sangue di un animale ( e a ricordo di ciò molte imbarcazioni mediterranee dipingono la chiglia con un colore diverso da quello dello scafo); poi lo si fece con l’acqua di mare facendo seguire alcune formule propiziatorie. Quindi si cominciò ad aspergerla con del vino fino a passare all’uso di infrangere una bottiglia sulla prua. Un uso che solo da poco tempo prevede l’impiego di champagne, e solo per lo spettacolo suggestivo che offre al momento dell’impatto con la sua spuma visibile a distanza. A questo punto la nave vive con un proprio carattere e una propria volontà che pretendono rispetto da parte dell’equipaggio e dei proprietari: ecco quindi una lista lunghissima di tabù ( non cantare né indossare scarpe durante il primo viaggio, non cambiare colore allo scafo, non cambiare mai il nome, ecc…) tutte espressioni queste di una precisa volontà che il marinaio rifiuta di considerare semplici superstizioni.

Tant’è vero che se queste regole non verranno debitamente osservate, la nave (è dimostrato) si offenderà e si vendicherà.

L’imbarcazione è quindi un essere che ci si deve ingraziare anche ricorrendo ad appositi riti propiziatori. Tra questi ne merita un accenno soprattutto uno che, a quanto mi risulta, sopravvive ancora tra i Vezo malgasci e i Bretoni, mentre è scomparso nel Mediterraneo da circa cinquant’anni.

Si tratta del rito del modellino. Quando la barca venne concepita, ne era stato creato un modellino in scala, non per orientare la costruzione (tant’è vero che gli artigiani non seguono piani ben precisi) ma in quanto, in perfetta coerenza con i riti animistici, rappresentava l’anima della nave: si stabiliva così il famoso rapporto base tra microcosmo e macrocosmo tipico di qualsiasi religione animistica. Violleau e Ch. Le Goffie, due appassionati di “cose marinare” del XIX secolo, riportano al proposito diverse testimonianze.Tra l’altro raccontano che la domenica precedente la Quaresima in certe comunità del Nord Atlantico si tiene la festa dei battelli: in tale occasione il proprietario invita a cena l’equipaggio offrendo acquavite a volontà. Poi inizia una strana cerimonia.

Il modellino viene portato a tavola dal più anziano della compagnia mentre il proprietario prende del pane, lo benedice e lo spezza, distribuendolo ai presenti per rafforzarne il senso di comunione. Poi alza e abbassa tre volte il modellino mentre gli astanti lo riveriscono a capo scoperto. In tal modo la barca si lascerà docilmente governare per un altro anno, fedele compagna e amica degli uomini che le affideranno le proprie vite e che le hanno così dimostrato la loro considerazione e il loro rispetto.

  Gabriele Rossi – Ossida - Tratto da “La grande enciclopedia del mare”