VIVERE IN BARCA

 

Vivere a tempo pieno in barca a vela è il sogno di molti velisti che però rinviano la fatidica partenza a quando si lascerà l’attività lavorativa, contando così su una pensione per non rischiare di trasformare una lunga vacanza in una sopravvivenza all’insegna dell’incertezza economica.

Il progetto di vivere almeno alcuni anni da “uccelli d’alto mare” a una certa età si scontra con l’attenuazione della “spinta avventurosa”. Il desiderio di partire col tempo diventa inevitabilmente meno forte a 60-65 anni rispetto a quando se ne hanno 40-50 o meno.

C’è da considerare, poi, che il periodo lavorativo nella vita delle persone sta cambiando. Non è più modulato in un unico o al massimo due “posti” di lavoro nel corso della vita, ma si sta evolvendo, spesso con gli aspetti negativi tipici della precarietà.

L’uomo è tuttavia un animale che si adatta e nel futuro secondo alcune stime, almeno per certe figure professionali, per le interruzioni del lavoro ci saranno più spazi da dedicare al tempo libero.

Secondo queste ricerche nell’arco di 30-40 anni di attività lavorativa il futuro riserverà a ogni persona almeno cinque o sei fasi di interruzioni, variabili tra i sei e i due anni, durante le quali nella versione più ottimistica ci si potrà dedicare ad aggiornamenti professionali, a sperimentazione di lavori nuovi, a viaggi o a mettersi alla prova in nuovi stili di vita.

Un sogno o un incubo? Vedremo se si tratterà solo di stime campate per aria o realtà. Sta di fatto che tutt’ora l’unica possibilità di “staccare” per un po’ di tempo dall’attività lavorativa è quella di lasciare volontariamente il lavoro pagando le conseguenze di tale scelta.

Non tutti possono farlo per andarsene alcuni anni a spasso in barca. Spesso ci sono i figli in età scolastica che non si possono certo parcheggiare da qualche parte, oppure in una coppia gli impegni lavorativi non sono simili. Poi ci sono i mutui da pagare, la carriera professionale da difendere, le necessità varie tra cui quella di dovere assistere i genitori anziani o malati.

Insomma partire non è facile e per il velista alcuni anni di vita in barca a tempo pieno rimangono spesso un sogno. In alcuni Paesi europei ci sono legislazioni che favoriscono l’uscita temporanea dal lavoro. Per esempio in tale periodo, grazie a un contributo governativo, non s’interrompono i versamenti contributivi. Le motivazioni di queste leggi vogliono favorire aggiornamenti professionali, oppure consentire alle persone di mettersi alla prova vivendo per un po’ di tempo in un Paese diverso.

In Italia non c’è nulla di tutto ciò. I rischi di un abbandono temporale del lavoro ricadono, come si diceva, tutti da una parte, quella più debole. In queste condizioni chi molla gli ormeggi per un periodo di 2-3 anni lo fa a suo rischio.

Per ridurre le sorprese occorre innanzi tutto una buona barca (che richieda il minimo di manutenzione, quindi un minore costo di gestione), serve poi un piccolo capitale che consenta di vivere non solo nel periodo in cui si navigherà ma almeno un anno in più, nel corso del quale si cercherà di rientrare nel cosiddetto “mondo produttivo”.

C’è chi nel periodo di assenza affitta il proprio appartamento, contando così su una rendita per far fronte, per esempio, a un  mutuo o a emergenze sempre possibili, evitando d’intaccare il meno possibile il capitale di denaro dedicato al periodo di assenza dal lavoro. In queste condizioni i rischi si riducono parecchio.

Una volta partiti non si può contare su altre entrate. I giramondo si venti trent’anni fa sopravvivevano meglio. S’incontravano delle vere e proprie comunità di famiglie in luoghi come le Canarie, la Martinica e in altre isole dei Carabi, che vivevano in barca e accoglievano volentieri nuovi arrivati e questi ultimi potevano confrontarsi con chi navigava in lungo e in largo già da molti anni.

Ci si aiutava a vicenda e chi aveva una certa capacità a effettuare lavori di elettricità, meccanica, falegnameria, riparazione di frigoriferi, saldature, etc..in ogni porto trovava il modo d’incrementare la sua cassa di bordo. Contando su questi introiti c’era però il rischio di scivolare nel precariato, peggiore di quello di cui tanto oggi in Europa si discute. Solo i giovanissimi giramondo resistevano a questo tipo di esistenza.

Nei grandi rimessaggi ai Caraibi, quelli fuori dalle aree degli uragani, s’incontrano navigatori che si adattano ad aiutare altri proprietari di barche, a pitturare carene, rinnovare vernici, sostituire sartiame, installare nuovi apparati elettronici, motori,etc.

Oggi questo genere di lavori, appena sufficienti a sbarcare il lunario, sono più difficili da trovare e sarebbe meglio non contarci. I marina, i cantieri, i grandi rimessaggi, poi, non consentono più di reclutare manovalanza esterna o tra gli stessi proprietari di barche, adducendo, come accade in Europa, problematiche di tipo assicurativo ma che spesso intendono solo proteggere gli artigiani locali collegati alle strutture marine. A volte accade, ma è sempre più una rarità, d’incontrare ai Caraibi barche che espongono cartelli del tipo “offresi per riparazioni d’impianti elettrici”, oppure “offresi per lavori di falegnameria”.

A Grenada, addirittura, le autorità locali consentono alle barche straniere e ai loro equipaggi di stare nell’isola tutto il tempo che si desidera, purché “non si lavori”. Anche qui si tratta di una difesa delle maestranze locali che dai lavori sulle barche ricavano un sostentamento.

La realtà è che per fare i giramondo oggi bisogna essere autosufficienti economicamente. Del resto, se ci si deve ridurre a mendicare un lavoro da pochi dollari, allora tanto vale stare nel proprio Paese! La vita in barca può perfino diventare un incubo e non la lunga vacanza che si era sognata.

E? vero peraltro che in barca i consumi sono decisamente minori, ma anche questa non è una certezza, non almeno in tutte le località. E’ diverso infatti vivere sulla barca all’ormeggio in paesi come il Brasile, l’Argentina o la Colombia dove con 6-700 euro al mese si sta “da signori”, piuttosto che in un’isola rinomata dei Caraibi dove i costi di ormeggio sono vicini a quelli europei così la spesa per il fabbisogno alimentare.

I giramondo non pagano le bollette quali il condominio, il parcheggio e le spese di mantenimento dell’automobile e, neppure l’abbonamento dei mezzi pubblici e alla tv, ma se la vita in barca a tempo pieno deve essere un’occasione per visitare nuovi Paesi, conoscere persone e accrescere la cultura personale, occorre disporre di un fabbisogno che non si discosti da quello necessario per vivere in Italia.

 

 

Articolo tratto dalla rivista “Bolina”.