LE MEDUSE

Già nei più antichi sedimenti terrestri troviamo tracce delle meduse. Trasparenti, ma capaci di assumere tonalità di colore dalle più tenui alle più vivaci, nuotano ancora oggi in tutti i mari del globo e il loro contatto è sempre spiacevole per gli uomini, che le conoscono poco e male.

Situata in fondo alla scala zoologica, subito dopo la spugna, la medusa, come gli anemoni di mare, i coralli e le gorgonie, appartiene al gruppo degli cnidari, vasto insieme di celenterati comprendente animali acquatici che si nutrono di prede catturate mediante capsule urticanti. Ognuna di queste capsule, di forma ovoidali, è dotata di un prolungamento sensoriale munito di uncini che, attaccandosi alla pelle delle prede o dei nemici, inoculano nelle piccole ferite prodotte una sostanza urticante e paralizzante.

Gli cnidari sono noti fin dall'era primaria, in cui le meduse fossili presentano già la morfologia di oggi.

 Un nuoto perpetuo e solitario

Le meduse sono animali planctonici, cioè fanno parte del plancton. Prevalentemente solitarie, vivono spesso molto distanziate tra loro: in 100 metri cubi di acqua di mare si trova in genere solo una decina di meduse. Ma avviene che si concentrino in banchi o sciami, come la Pelagia. Questo fenomeno, non ancora del tutto spiegato, potrebbe dipendere dalla configurazione delle coste, perché le meduse non sono distribuite uniformemente nei mari. E' possibile incontrarne alcune a 600 o anche a 1.500 metri di profondità, ma la maggior parte di esse vive nelle zone litoranee, negli strati acquatici più superficiali, in cui si mantengono in equilibrio grazie alla loro densità vicina a quella dell'acqua. Quando estendono al massimo i tentacoli, occupano interamente il loro spazio vitale, che corrisponde in un certo qual modo al "territorio" di un animale terrestre.

Tutto l'anno, anche nel periodo invernale in cui le meduse sono meno numerose, questi animali trascorrono la maggior parte del tempo compiendo lunghi spostamenti verso la superficie dove il cibo si concentra. Infatti, pur essendo costituita da una massa gelatinosa, la medusa possiede muscoli circolari (striati come quelli dei vertebrati) che imprimono al  suo corpo una contrazione ritmica. Questa pulsazione permanente, simile a quella di un cuore, provvede agli spostamenti lenti dell'animale, che tuttavia può anche procedere rapidamente, alternando momenti di nuoto a pause piuttosto lunghe, con una sorta di rilassamento di tutto il corpo, per poi ripartire con una brusca contrazione.

Contrazione e rilassamento ritmano i movimenti del nuoto: contraendosi, il corpo, o ombrello, proietta un getto d'acqua che funge da propulsore. I tentacoli e le braccia orali (sotto l'ombrello) sono allineati nel senso di marcia. Per frenare o fermarsi, la medusa riprende la sua forma a ombrello aperto mentre braccia e tentacoli si rilassano.

 Un veleno mortale che paralizza le prede

Quando allarga i suoi tentacoli, la pacifica medusa diventa una pericolosa cacciatrice. Esclusivamente carnivore, salvo l'Aurelia aurita - il cui nutrimento è costituito sia di animali planctonici sia di fitoplancton - le meduse consumano prede vive. Le vittime catturate nella trappola dei tentacoli scatenano un temibile meccanismo. L'epidermide dei tentacoli racchiude infatti delle cellule molto specializzate, i nematociti, o cnidociti, che contengono, in una capsula (detta nematocisti o cnidocisti) un veleno e un microarpione uncinato. Le microciglia dei tentacoli, percepite le prede, trasmettono l'informazione al sistema nervoso, provocando una contrazione muscolare che fa scoppiare la capsula e uscire il microarpione.

Alcune meduse hanno una tecnica di caccia molto più passiva: si capovolgono con l'ombrello rivolto verso l'alto e aspettano che il plancton, cadendo verso il fondo, arrivi nella loro bocca aperta.

Le meduse consumano soprattutto piccoli crostacei, in particolare i copepodi, che rappresentano il 90% del plancton; ma come accade con la Neoturris, non esitano a inghiottire tutto ciò che trovano, comprese le altre meduse e, nel caso dell'Aurelia e della Pelagia, persino le proprie larve.

Le grandi meduse, o scifomeduse, inghiottono quantità rilevanti di larve di pesci d'alto mare (pelagici), aringhe, sardine, acciughe, sgombri, già allo stadio di avannotti, provocando stragi, perché la medusa è una forte mangiatrice: un'Aurelia di 50 millimetri di diametro può decimare un banco di giovani aringhe inghiottendo una decina di avannotti all'ora.

Un tale appetito è favorito da grandi capacità digestive: lo stomaco infatti, contiene enzimi proteolitici molto potenti che aggrediscono direttamente le proteine dei cibi. I filamenti gastrici, il cui numero varia secondo l'età della medusa, aumentano considerevolmente la superficie gastrica e la rapidità di assorbimento del cibo e di digestione. Avviene così che una medusa abbia già digerito la testa di un pesce mentre la coda si agita ancora fuori dalla bocca.

Malgrado la fragilità di questi animali, che rende difficoltoso ogni tipo di sperimentazione, alcuni studi effettuati da ricercatori giapponesi, americani e francesi sono riusciti a valutare le quantità di cibo ingerito dalle meduse. Nel Mediterraneo, la Neoturris pileata mangia più di 200 copepodi al giorno per tutti i due mesi della sua breve vita.

Alcune fanno un solo grosso pasto, come la Solmissus, che risale tutte le notti verso gli strati d'acqua superiori, ricchi di zooplancton. In realtà la cosa più importante per la medusa è consumare, più volte in un giorno, l'equivalente del proprio peso in cibo al fine di garantire la propria crescita e riproduzione.

 Varie trasformazioni prima di diventare medusa

Il ciclo della vita di una medusa si svolge in due tappe. Il primo stadio è quello di un organismo ancorato, come i coralli, sul fondo marino: il polipo, idrario per le piccole meduse, scifistomo per quelle grandi. Il secondo stadio viene raggiunto quando l'organismo è sessuato e nuota liberamente. Vanno tuttavia considerate alcune eccezioni: ci sono meduse, come la Pelagia noctiluca, che non si ancorano sul fondo e alcuni idrari che producono uova e non meduse.

Esistono meduse maschio e meduse femmina. La formazione delle cellule sessuali, o gameti  ( da cui il nome di questo processo, detto gametogenesi), avviene nelle gonadi situate a manicotto intorno alla stomaco, oppure lungo i canali radiali; nelle grandi meduse, essa si effettua nelle sacche genitali.

La fecondazione è esterna, gli spermatozoi fecondano gli ovuli nell'acqua, dopo la deposizione. Ma capita che le uova iniziano il loro sviluppo nelle sacche genitali e possano anche esservi incubate, come nella Stygiomedusa, unica medusa vivipara conosciuta.

Quando le condizioni ambientali sono sfavorevoli, l'uovo si incista, formando una membrana resistente che ne blocca la crescita. Rimane così in stato di "sonno". Talvolta si incista la giovanissima larva, o frustula, come avviene per la Craspedacusta sowerbyi, medusa delle acque dolci europee molto resistente ai rigori dell'inverno.

In condizioni normali l'uovo dà invece origine alla larva detta planula (di forma allungata), o actinula. Questa larva, la cui lunghezza è di appena 1 millimetro, libera e dotata di mobilità grazie alle sue ciglia, cade sul fondo, vi si impianta e si tramuta in polipo. La durata della sua vita è effimera, dato che il tempo intercorso tra la schiusa dell'uovo e la trasformazione in polipo può variare da 5 a 40 giorni; la planula può anche ancorarsi dopo una sola ora di vita.

Fissato a un'estremità, il polipo si sviluppa prendendo la forma di un imbuto allungato o di un calice orlato di tentacoli che circondano una bocca già avida di cibo. Del resto, è in grado di nutrirsi già come una medusa. In particolari condizioni di luce, di temperatura e di alimentazione, la parte superiore del calice incomincia a presentare dei solchi e a dividersi a strati - simili nel loro insieme a una serie di piatti accatastati l'uno sull'altro - ognuno dei quali diventa un'efira (strobilazione).

Questa doppia forma di riproduzione, una sessuata da parte delle meduse che depongono una grande quantità di uova, l'altra asessuata da parte dei polipi che liberano, durante il plenilunio, piccole meduse (efire), avviene, secondo le specie, in condizioni ben precise, che variano soprattutto secondo la temperatura dell'acqua e quindi secondo le stagioni. I ricercatori hanno potuto in tal modo fondare i loro studi su "calendari planctonici", che dimostrano tra l'altro che la riproduzione di Aurelia e di Rhizostoma si svolge solo d'estate, mentre quella della Pelagia avviene anche in inverno.

 

MEDUSA AURELIA AURITA

Presente soprattutto nel Canale della Manica e nel Mare del Nord, l'Aurelia aurita è una grande medusa dall'aspetto diafano, le cui quattro gonadi, disposte intorno allo stomaco a forma di quadrifoglio, spiccano in trasparenza per il loro colore viola intenso o rosso pallido. Questa medusa deve il suo nome alle quattro sacche genitali a forma di orecchia (in latino auris). Senza scheletro, né carapace, né guscio protettivo, la medusa è molto fragile, ma possiede, nei suoi tessuti, muscoli circolari striati che, contraendosi, le consentono di spostarsi. Il suo corpo è, in realtà, una massa di gelatina, la mesoglea, costituita essenzialmente di collagene a bassissimo tenore di carbonio e contenente circa il 98% di acqua. Esso comprende un ombrello che racchiude tutti gli organi interni, le braccia orali e i tentacoli. Molto appiattito, l'ombrello, di diametro variabile da 15 a 20 centimetri, è orlato da una miriade di tentacoli corti e sottili e incavato sui bordi per consentire l'inserimento di 8 ropali, molto sviluppati. Con il nome di ropali si designano gli organi di senso della medusa (ocelli, statocisti e fossette olfattive)che sono composti di tre tipi di cellule altamente differenziate: gli ocelli sono micro-occhi con cristallino e retina; le statocisti consentono all'animale di mantenere l'equilibrio nello spazio; infine le fossette olfattive contengono le cellule specifiche. Sulla faccia inferiore dell'ombrello si apre la bocca, circondata da quattro labbra trasformate in braccia orali. Esse sono tappezzate dai minuscoli rilievi dei cnidociti, disposti in due file, a formare una sorta di scanalatura. Organo centrale e voluminoso, lo stomaco, o cavità gastrovascolare, è invaso da filamenti gastrici. Da esso si dipartono nella parete dell'ombrello molti canali radiali che, da 8 nella giovane efira, si biforcano dicotomicamente, salvo quelli che raggiungono gli organi di senso. La digestione dell'Aurelia aurita è molto rapida: una larva di merluzzo viene completamente digerita in otto ore, ma una razione di fitoplancton permane meno di quattro ore nello stomaco. L'eliminazione delle parti non digeribili avviene mediante il rigetto di boli attraverso la bocca. La medusa non ha organi adibiti specificamente alla respirazione: essa assorbe l'ossigeno attraverso la pelle e la bocca. Durante gli spostamenti, la respirazione accelera e rallenta quando la medusa è digiuna.

 

 SEGNI DISTINTIVI

 Gonadi: sono delle sacche nelle quali avviene la gametogenesi (formazione delle cellule sessuali). Sono 4, disposte a croce intorno allo stomaco in posizione interradiale. Spesso appaiono di un colore viola molto più intenso del resto dell'ombrello. Nella femmina, le braccia orali fungono anche da camere incubatrici; piccole tasche ospitano le uova che verranno liberate allo stadio larvale.

Sezione: nello spessore della gelatina (mesoglea) è situato lo stomaco, da cui si dipartono canali radiali, 8 dei quali raggiungono i ropali. Allo stomaco sono anche collegate le braccia orali. la parete dei tentacoli racchiude le cellule urticanti (cnidociti) che inoculano il veleno mediante un microarpione uncinato.

Braccia orali: durante il nuoto, la medusa contrae vigorosamente l'ombrello. le braccia orali, poste sulla faccia inferiore dell'ombrello, vengono allora allungate nella direzione di marcia. Le braccia sono provviste di cellule urticanti che si rinnovano dopo l'uso, cioè quando il microarpione ha iniettato il veleno nella preda.