IL POLPO

Il polpo comune (Octopus vulgaris) appartiene alla classe dei cefalopodi (termine che significa testa e piedi), i più evoluti tra i molluschi. Sono apparsi negli oceani nel cambriano (era primaria) parecchie centinaia di milioni di anni fa, cioè molto prima dei vertebrati. All’inizio possedevano una conchiglia esterna. Furono probabilmente i primi animali di una certa dimensione a nuotare negli oceani e vi godettero di una grande libertà per milioni di anni. La loro condizione di padroni incontrastati incominciò a deteriorarsi alla fine del paleozoico (era primaria) – devoniano e carbonifero – e ancora di più all’inizio del mesozoico (era secondaria), quando i pesci, e poi i rettili, si diffusero negli oceani. Per sopravvivere, alcuni cefalopodi si ritirano in acque più profonde, altri diventarono più mobili riducendo le dimensioni della loro conchiglia. Con l’avvicinarsi dell’era terziaria, la conchiglia divenne interna, o scomparve del tutto. I calamari, le seppie e i polpi sopravvissero in tal modo fino ai giorni nostri nelle acque costiere, pericolose ma ricche.

Le varie fasi dell’evoluzione dei cefalopodi hanno potuto essere seguite con precisione grazie al ritrovamento di molti fossili di cefalopodi primitivi dotati di conchiglia esterna. Un loro rappresentante, il nautilo, esiste ancora. Come i suoi antenati, costruisce nel corso della crescita una serie di camere successive in cui l’acqua viene sostituita da un gas che ne garantisce il galleggiamento. In compenso, non si sa, per mancanza di dati paleontologici a loro riguardo, come sia avvenuta l’evoluzione della specie attuali dal corpo molle o con guscio interno.

Si sa solo che tutti i cefalopodi sono stati, a un dato momento, in competizione con i vertebrati, e che questo fatto ha influenzato la loro evoluzione. I cefalopodi recenti meglio conosciuti presentano tre linee evolutive distinte: i calamari, che si muovono in mare aperto; le seppie, che vivono un po’ al di sopra del fondo marino; il polpo, che invece vive sul fondo e di rado se ne allontana.

L’Octopus vulgaris è certamente uno dei cefalopodi più noti e più diffusi. Vive sul fondo del mare, in prossimità delle coste, conducendo un’esistenza solitaria ma molto legata al suo territorio, da cui scaccia gli intrusi. Il polpo comune elegge a propria dimora un riparo individuale, quanto più possibile lontano da altri animali. Non intrattiene rapporti con i suoi simili, salvo al momento della riproduzione; ma subito dopo l’accoppiamento la femmina ritorna in solitudine a covare le sue uova. Di solito, i polpi si spostano solo per cercare cibo o, al massimo, per cambiare rifugio. In stretto contatto con il fondo marino, camminano facendo leva sulle braccia, oppure avanzano o retrocedono strisciando senza fretta con le braccia allargate. Possono pero’ muoversi anche molto rapidamente per propulsione.

La propulsione a reazione

Questo sistema di locomozione, unico nel regno animale, ha svolto un ruolo importante nell’evoluzione dei cefalopodi. Serve al polpo soprattutto per gli spostamenti improvvisi. Attraverso un’apertura situata sul lato ventrale del corpo ( o mantello), chiamata fessura palleale, l’acqua penetra in una cavità detta cavità palleale. Poi, i muscoli circolari del mantello si contraggono, chiudendo la fessura, ed espellono l’acqua attraverso il tubo dell’imbuto, che sporge in permanenza dalla cavità. Il getto d’acqua che ne risulta spinge l’animale nella direzione opposta. Più forti sono le contrazioni, più veloce è lo spostamento dell’animale. Il polpo cambia direzione a suo piacimento, orientando l’imbuto, molto mobile, come se fosse un timone e, se avvista qualcosa di interessante per lui, è sufficiente che allarghi le braccia come un ombrello per rallentare. Durante lo spostamento, i muscoli del mantello provvedono anche al movimento delle branchie e alla loro irrigazione con acqua ricca di ossigeno. Il polpo può quindi spostarsi lentamente avanti e indietro, o nuotare velocemente all’indietro a seconda che cerchi una preda o che voglia trovare scampo da un predatore.

La sacca del nero

 Il polpo possiede un’arma che gli permette di  sfuggire al nemico con l’inganno: attinge una sorta di inchiostro da una sacca speciale e lo proietta a piccoli getti contro il nemico. La nuvola nera così spruzzata sembra simulare la forma dell’animale e può persistere per 10 minuti. Presente nella maggior parte dei cefalopodi, questa sacca sfocia nell’intestino vicino all’ano. Comprende due parti: una parte ghiandolare che produce la melanina e un secondo elemento che funge da serbatoio per il pigmento nero, il quale, mescolato al muco dell’intestino, forma l’inchiostro che viene espulso dal polpo come nube compatta per disorientare il suo aggressore.

 Un maestro nell’arte della mimetizzazione

 Se vuole passare inosservato o, al contrario, impressionare un nemico o sedurre una eventuale partner in vista dell’accoppiamento, il polpo possiede tutta una batteria di meccanismi che coinvolgono, di una volta in volta, posizione, struttura cutanea e colori. Particolarmente notevole è la sua capacità di cambiare radicalmente colore, talvolta all’istante. Questa trasformazione avviene a opera dei cromatofori, cellule del derma pigmentate e altamente specializzate. Si tratta di cellule di grandi dimensioni, circondate da una corona di sottili fibre muscolari a raggiera, contraibili. Contraendosi, queste fibre dilatano la cellula pigmentata, mentre il ritorno allo stato di riposo avviene mediante la contrazione del sacco pigmentario. Il colore così ottenuto dipende quindi non solo dal pigmento, ma anche dalla densità dei granelli che lo compongono, cioè in pratica dal grado di espansione della cellula. Nel polpo, i cromatofori si sovrappongono in 4 o 5 strati, e i loro pigmenti possono assumere una colorazione gialla, arancione, rossa e spesso marrone o nera. Come tutte le cellule, i cromatofori sono soggetti a invecchiamento: partendo dalla gamma del giallo e dell’arancio quando sono giovani, scuriscono con l’età. La disposizione delle cellule pigmentarie sembra legata a quella di altre cellule sottostanti, che possono risultare alternativamente nascoste o scoperte, secondo lo stato di contrazione delle prime. Sono gli iridofori e i leucofori, la cui dimensione invece non cambia. I primi sono dotati di un alto indice di rifrazione e producono colori strutturali. I leucofori, al contrario, disperdono la luce e appaiono come macchie bianche. L’interazione di questi diversi elementi (cromatofori che ricoprono leucofori a loro volta circondati da iridofori) genera i diversi campi cromatici, che producono la varietà dei disegni della pelle. Studi condotti dall’inglese J. Messenger hanno dimostrato che l’arte della mimetizzazioni dei cefalopodi deriva da un semplice fenomeno passivo di riflessione, in quanto i polpi non distinguono i colori. Quando i cromatofori si contraggono, gli iridofori riflettono automaticamente i raggi luminosi che li colpiscono, qualunque sia la lunghezza d’onda emessa. Quanto ai leucofori, essi formano solo macchie chiare e scure. I cromatofori imitano semplicemente il chiaroscuro o l’intensità luminosa del fondo.I disegni composti dal polpo non dipendono solamente da fattori cromatici, ma anche dalla postura e dalla struttura dell’animale. Infatti, quando deve sottrarsi alla vista dei predatori, il corpo del polpo si copre di larghe macchie scure e chiare e la superficie diventa scabra in seguito alla contrazione di miriadi di papille, mentre le braccia dorsali si alzano contorcendosi.Il numero dei disegni fondamentali che il polpo è in grado di comporre è limitato. Alcuni, detti “permanenti”, hanno come unico scopo quello di rendere l’animale invisibile e non cambiano per ore e, addirittura, anche per giorni. Altri, che durano solo pochi secondi o pochi minuti, hanno invece lo scopo di attirare l’attenzione.

Il cibo

 Animale molto “casalingo”, il polpo esce dal suo rifugio esclusivamente quando, sentendosi in pericolo, è costretto a trovarne uno più sicuro o per cercare cibo. Per andare a caccia, preferisce il calar della notte o lo spuntare del giorno. Le sue spedizioni diurne, invece, quando avvengono, sono tuttavia di breve durata. Animale carnivoro, l’ Octopus vulgaris si nutre essenzialmente di crostacei (granchi e aragoste) e di altri molluschi come i bivalvi, a volte di altri cefalopodi e più raramente di pesci. M. Wells descrive minuziosamente il polpo nell’atto di attaccare una preda: appena questa è in vista, il polpo alza la testa e le si mette di fronte. Poi si avvicina molto lentamente, cambiando colore. Quando ritiene sia arrivato il momento giusto, grazie al suo sistema di propulsione, si avventa sulla vittima. Il polpo può intrappolare vari granchi nella membrana interbrachiale che collega le braccia alla base. Dopo averli immobilizzati con le ventose, li raccoglie in quella sorta di tasca, poi li porta nella sua tana per divorarli. Al centro della corona formata dalle otto braccia, il bulbo boccale, organo complesso dotato di forte muscolatura, aziona due temibili mascelle cornee, secrete dalla parete dell’esofago, che per il loro particolare aspetto vengono chiamate “becco di pappagallo”. Questo becco consente al polpo di fare a pezzi la sua vittima prima di ingerirla. Prima, però, la preda viene paralizzata dal veleno prodotto dalle ghiandole salivari nel comparto delimitato dalla membrana interbrachiale. Le stesse ghiandole producono anche speciali enzimi che, pur avendo il probabile scopo di diffondere il veleno, svolgono anche un ruolo nella predigestione degli alimenti. Quando i polpi catturano, per esempio, molluschi dotati di guscio, cercano tavolta di praticare uno o più fori nella conchiglia per poterne estrarre più facilmente la carne. Il ricercatore britannico M. Nixon ha dimostrato nel 1980, che le conchiglie vengono forate per trattamento grazie a due strutture che fanno parte del bulbo boccale: la papilla salivare e la radula, minuscolo organo a forma di lingua, che serve anche a convogliare il cibo nello stomaco. Insomma, l’alimentazione del polpo avviene tramite la tripla azione delle braccia, del complesso boccale e delle ghiandole salivari. Le parti più dure delle vittime, carapace o gusci vuoti, dopo essere stati triturati dal “becco di pappagallo”, vengono alla fine espulse. Il rifugio di un polpo si riconosce dal cumulo di detriti alimentari sparso tutt’intorno.Una volta ingeriti, gli alimenti transitano attraverso l’apparato digerente (gozzo, cieco spiralato, ghiandola digestiva, intestino). La digestione si svolge principalmente in modo extracellulare: la ghiandola digestiva è responsabile sia della sintesi e della secrezione della maggior parte degli enzimi digestivi, sia dell’assorbimento degli alimenti digeriti nel cieco. Alla temperatura di 18-19° C, la durata del ciclo digestivo è di circa 12 ore. Ma non è necessario che il ciclo sia completato prima che venga ingerita una nuova preda.

 L’accoppiamento

 Il polpo rinuncia alla sua abituale solitudine solo per accoppiarsi, funzione che puo’ avvenire in qualsiasi stagione. Il maschio raggiunge la maturità sessuale molto prima della femmina.La copula tra polpi può durare per ore e ripetersi varie volte, con lo stesso compagno o con un altro. I due sessi si riconoscono rapidamente, probabilmente grazie a certe reazioni chimiche e tattili. Il maschio introduce un braccio, detto “braccio ectocotile”, nella cavità palleale della femmina per deporre, nell’orifizio dell’ovidotto, gli spermatofori. Queste piccole strutture tubolari contengono milioni di spermatozoi. Arrivati a destinazione, gli spermatofori liberati possono ora introdursi nella ghiandola dell’ovidotto. Al momento della deposizione, le uova, uscendo dall’ovidotto, vengono fecondate al loro passaggio dagli spermatozoi. Una volta pronta a deporre le uova, la femmina pulisce accuratamente l’interno della tana per potervi depositare le uova che vengono emesse a cordoni. Ogni cordone, lungo circa 10 centimetri, ospita da 2.000 a 3.000 uova, ognuna della lunghezza di circa 2,4 millimetri. Secondo la taglia, la femmina può deporre da 100.000 a 500.000 uova. La deposizione delle uova dura da 15 a 30 giorni e l’incubazione da 24 a 125 giorni, secondo la temperatura.Le femmine dedicano grandi cure alle loro uova. Dopo averle deposte in mucchietti gelatinosi in un nascondiglio sicuro, le carezzano e le puliscono fornendo loro acqua fresca per la respirazione. In questo periodo non abbandonano mai la tana e cessano quasi completamente di nutrirsi. In genere, poiché hanno perso circa un terzo del loro peso, muoiono poco dopo la schiusa.I nuovi nati rimangono da 5 a 12 settimane in acqua libera, nutrendosi di larve e di gamberetti, prima di posarsi sul fondo e adottare il sistema di vita degli adulti. Orfani dalla nascita, i piccoli polpi sembrano conoscere per istinto le astuzie e i comportamenti tipici della loro specie.

 POLPO COMUNE – Octopus vulgaris

 Il polpo è un cefalopode. Le sue otto braccia sono collegate a una testa che reca sui lati due occhi ed è protetta da un corpo muscolare (il mantello), nel quale sono raccolti gli apparati digerente, respiratorio e genitale. Sulla faccia ventrale del mantello si apre una larga fessura, detta palleale, dove si trovano branchie e visceri. Dall’apertura palleale esce il tubo dell’imbuto, la cui parte interna è svasata. Da quel tubo l’acqua viene espulsa con più o meno forza, secondo le esigenze di propulsione dell’animale. Nella cavità palliale, accanto all’imbuto, si aprono anche l’ano e gli orifizi renale e genitale (ovidotto e pene). Il sistema circolatorio è chiuso, come in tutti i cefalopodi. Le branchie assicurano il trasferimento dell’ossigeno, prelevato dall’acqua di mare, verso la circolazione sanguigna e l’emocianina, pigmento a base di rame di origine alimentare. Il cuore arterioso si compone di un ventricolo, dal quale si dipartono le arterie principali, e di due atri che fanno affluire il sangue arterioso delle branchie.Una rete capillare collega le arterie alle vene. Per garantire una pressione sanguigna  sufficiente, l’azione del ventricolo è rinforzata da quella di due piccoli cuori branchiali che pompano il sangue nel sistema capillare delle branchie così come dalla pulsazione delle vene cave. Il sistema nervoso e gli organi dei sensi, invece, sono concentrati nella regione cefalica e ricordano, per il loro sviluppo, il cervello dei vertebrati.  Questo notevole livello evolutivo del polpo è dimostrato dalle sue rilevanti capacità di apprendimento. Il polpo, in genere, conduce vita solitaria, interrotta solo nel periodo degli accoppiamenti. La longevità media è di 12-24 mesi per la femmina, forse un po’ di più per il maschio. Il polpo adulto può pesare da 2 a 3 chilogrammi. La crescita rapida dell’animale è possibile grazie all’efficienza del suo apparato digerente. La maturazione sessuale assorbe gran parte delle riserve accumulate sotto forma di proteine nel mantello. Secondo alcuni autori, la morte dell’animale potrebbe essere provocata dall’iperattività della ghiandola ottica.

Segni distintivi

Occhi:   i due occhi del polpo sono situati lateralmente sulla testa. Diversamente dagli altri invertebrati, essi presentano, in linea di massima, la stessa struttura di quelli dei vertebrati: cioè una cornea, un’iride, un cristallino, una retina (anche se meno complessa) e due palpebre. L’occhio si accomoda facilmente in funzione dei cambiamenti di luminosità, ma il polpo non discerne le differenze di colori e di luci. In compenso, vede distintamente da vicino come da lontano. Questa visione perfetta rappresenta il punto di arrivo di una particolare evoluzione.

 Becco:   Viene chiamato “becco di pappagallo”. Situato nel bulbo boccale, comprende due mascelle, una superiore, l’altra inferiore, ognuna di forma diversa. La loro particolare robustezza consente al polpo di frantumare le carcasse dei granchi.

 Ventose:   Disposte in doppia fila su ognuna delle otto braccia e capaci di immobilizzare la preda, ogni ventosa forma una sorta di camera delimitata da pareti muscolari e contornata da un anello adesivo con struttura radiale, la cui parte periferica, molle, assicura una aderenza perfetta. Dopo l’amputazione di un braccio, il polpo può rigenerarlo, ottenendo, alla fine, un arto perfettamente funzionale.