LA PESCA A FONDO DALLA SPIAGGIA

 

Prima parte

 

Nel mondo della pesca sportiva in mare, la pesca a fondo ha un ruolo importante. E’ infatti la più accessibile a chi comincia a cercare nel contatto con il mare e lo sport della pesca buone soddisfazioni a un costo non troppo elevato. E per costo non intendiamo soltanto l’acquisto degli attrezzi, o il pezzo d’esercizio, ma anche l’impegno tecnico necessario per ottenere risultato adeguati.

Questa sua “facilità” l’ha resa un fenomeno di massa, al contrario di altre tecniche più specialistiche ma proprio per questo meno diffuse. Il fenomeno giova all’industria, ma anche allo stesso pescatore, il quale gode così di un ampio servizio non solo commerciale ma anche editoriale. Documentarsi sulla pesca a fondo è quindi relativamente semplice e ciò facilita la scelta del materiale e l’ottenimento di buoni risultati una volta giunti sul luogo di pesca.

Anche se la pesca a fondo è facile, la sua pratica è giunta a livelli tecnici notevoli. Infatti a insegnarla e perfezionarla si sono dedicati autentici specialisti, che hanno individuato vari modi di pescare, diversi in funzione dell’ambiente in cui vengono praticati e più o meno difficili. La più semplice è la pesca a fondo dai moli; un poco più impegnativa quella dalle coste rocciose, per giungere infine alla più difficile, che è quella dai fondi sabbiosi e dalle spiagge. Ed è proprio di quest’ultimo tipo di pesca a fondo che ci occupiamo in questa sede.

Il termine “pesca a fondo” spiega esattamente quello che è l’obiettivo della tecnica: lanciare l’esca e far sì che questa si depositi sul fondo, lavori e peschi in prossimità di quest’ultimo grazie all’aiuto del piombo. Un concetto semplice quindi, ma che mostra chiaramente come non esista niente al di fuori di queste semplici azioni in grado di garantire in qualche modo l’esito della pesca, di aumentarne le possibilità.

La fortuna è un fattore importante, ma difficilmente gestibile. Solo una buona preparazione tecnica può essere d’aiuto, anche perché la realtà delle coste italiane non è più così generosa come in passato.

E’ importante quindi che il neo-fondista affronti l’argomento nel modo più completo possibile, cominciando dall’ambite in cui opererà.

 

 

La spiaggia e il mare

 

 

La sabbia nasce dall’erosione delle coste rocciose, battute nei secoli da onde e da piccoli corpuscoli vaganti.

Le correnti, poi, hanno distribuito il frutto dell’erosione sulle coste basse, creando le spiagge. Nella spiaggia si possono identificare più zone, con diversi equilibri e forme.

Il “manto” è la parte emersa che il mare ha depositato sulla riva e che serve come diga di contenimento e ricambio per la parte immersa. Determinante quindi a tal proposito la sua larghezza, sinonimo di salute e possibilità di difesa per la spiaggia stessa. Se così non fosse, si assisterebbe alla scomparsa progressiva della riva, rubata dalle onde (così accade, come nelle coste dove l’urbanizzazione è arrivata a ridosso delle rive).

Il manto è composto di sabbia, di grana sottile, media, grossa. Quando una spiaggia è esposta ai venti della zona, e le onde vi si riversano frontalmente, la sabbia è di grana sottile e la sua profondità sarà inevitabilmente bassa. Se viceversa non viene attraversata frequentemente dalle onde, tipico il caso in cui la costa è esposta in modo obliquo o addirittura di spalle rispetto ai venti dominanti, la grana è media o grossa, la profondità media o elevata. Il pescatore usa questa stima per una più giusta valutazione della profondità della spiaggia e per cogliere il momento più idoneo alla pesca.

La “battigia”, detta anche gradino di risacca, è l’argine che delimita la fascia asciutta dal mare. La battigia ha il compito di estremo baluardo difensivo all’avanzata delle onde. Il piano inclinato della riva, in posizione superiore rispetto alla battigia, funziona come canale di deflusso per le acque. Nelle spiagge “profonde” il gradino di risacca è un importante settore di pesca per la sua fertilità organica.

Lo “scanno” è un’altra parte della spiaggia. E’ innanzitutto un prodotto della battigia, creato da quest’ultima al fine di meglio difendersi dall’attacco delle onde. Nel periodo invernale, momento tipico delle mareggiate, la riva rilascia una grossa fetta di arenile che viene depositata a circa 50 metri dalla battigia, e si pone sul profilo del fondo come un vero e proprio dosso, con il compito di dissipare, in parte, l’energia dell’onda. Nel periodo estivo e tardo-primaverile, invece, lo scanno viene assorbito dalla riva, che infatti appare più lunga e protesa verso il mare. In questo periodo non ci sono minacce di forti mareggiate.

Lo scanno ha caratteristiche di grande fertilità e viene sfruttato per la pesca a fondo, come vedremo.

Il “letto” della spiaggia è costituito dall’arenile sommerso, importantissimo ai fini della pesca, in quanto i pesci vi trovano gli alimenti. Visto in sezione, il letto si compone di vari strati: ghiaioso, sub-sabbioso, sabbioso, con sabbia a grana più sottile a rivestire lo strato superficiale.

L’arenile sommerso si estende verso il largo, cambiando aspetto quando la profondità è compresa tra i 5 e i 10 metri. Qui nascono e si sviluppano le alghe nastriformi ( la profondità del mare fa si che le onde delle mareggiate non sviluppino tutta la loro forza d’urto). Si tratta di posidonie, autentiche praterie che soppiantano il letto sabbioso a una distanza variabile tra i 500 e i 1000 metri dalla battigia e che proseguono la loro estensione anche per diverse miglia. Le praterie di posidonie sono a loro volta un buon habitat (ricovero, protezione, cibo) per molte varietà di pesci la cui vita è in qualche modo legata alla sabbia.

Ma torniamo al letto sabbioso prospiciente la battigia. La sua importanza dipende da ciò che produce, cioè l’alimento per i pesci; vediamo quindi come questo si sviluppa.

Il fondo sabbioso può essere paragonato a un campo coltivato. Anche qui c’è la semina, che avviene a tarda primavera. Prima della semina, però, ci deve essere l’aratura, cioè quelle stanche mareggiate che, con periodicità saltuaria, rivoltano lo strato superficiale del letto. Con l’avvento della buona stagione, tutto è pronto per la vera e propria semina. Piccolissimi organismi allo stato larvale, come crostacei, anellidi, molluschi, si inseriscono tra la grana smossa dove trovano alimento e protezione per la successiva fase di crescita, che non sarà insidiata più neppure dalle onde.

In autunno, le larve raggiungono uno stadio di crescita che consente loro sia di trovare riparo negli strati più interni del letto, sia di uscirne e cibarsi, se le condizioni del tempo lo consentono. Ma solo una parte giunge allo stadio adulto e vede la successiva primavera: durante l’inverno, infatti, avviene una forzata dissepoltura a causa delle forti e frequenti mareggiate e così i microrganismi divengono cibo per i pesci di passo. Solo al sopraggiungere della primavera, quando il mare riduce la sua aggressività, si può fare un primo vero bilancio della vita all’interno della coltre sabbiosa. A seconda del tipo di grana si ha una diversa densità di organismi, la sabbia  a grana sottile, in virtù di una superiore vulnerabilità alle onde, è meno abitata; quella a grana media e grossa viceversa, è più ricca, grazie alla maggiore protezione che offre alle “colture” nel periodo freddo.

Da questa considerazione si deducono due conseguenze importanti ai fini della pesca: il letto a grana fine è migliore nel periodo freddo e, affinché risulti idoneo per la pesca a fondo, non è necessaria alcuna attività ondosa; basta una brezza di vento che increspi appena la superficie del mare. La spiaggia a grana media (o grossa) è più fertile nel periodo tra la primavera e l’estate, con lieve attività d’onda sulla battigia.

A quale distanza pescare? Non è difficile rispondere: la spiaggia a grana sottile, che, come abbiamo detto, non è profonda, è più prolifica sulla media e lunga distanza (la breve soffre eccessivamente il mortaio delle onde); la spiaggia a grana media, invece, più profonda e con una “crosta” più resistente, ha bisogno di una certa attività d’onda sul gradino di risacca, cioè sulla parte più bassa del letto, perché gli organismi che vivono nella sabbia stessa fuoriescano; la distanza di pesca è quindi breve o media. Se si vuole tradurre in metri questa definizione di breve, media, lunga, si corre il rischio di fornire al neo-pescatore valori da lui poco gestibili: come si fa a decidere un lancio di 30,60 o 80 metri? Diciamo più semplicemente che il valore della distanza, quando si usino attrezzi specifici per la pesca a fondo, corrisponde alla spinta trasmessa alla canna: gesto fluido (breve distanza), con media spinta (media distanza), con massima spinta (lunga distanza).

Si specifica così che il valore si riferisce alle capacità degli attrezzi, non all’effettiva traduzione in metri del termine.

Osservando una spiaggia dalla riva (specie quelle basse) e rivolgendo lo sguardo a destra e a sinistra, si osserva che la riva non è perfettamente rettilinea, ma si sviluppa con un’alternanza di rientranze e prominenze, causate dall’opera ei scavo e riempimento del mare: vediamo dunque l’utilità pratica di questa caratteristica in relazione alla pesca a fondo.

Le prominenze dette “punte”, hanno come caratteristica una minore profondità delle zone sommerse prospicienti. Questo fatto determina un aumento dell’intensità della corrente che eventualmente le attraversi. Le rientranze sono invece chiamate “canaloni”: presentano un fronte più profondo e quindi, al contrario delle punte, una brusca riduzione della corrente.

Il pescatore ha la possibilità di gestire meglio la sua battuta scegliendo di occupare un settore o un altro a seconda di una semplice stima: quando viene effettuato il primo lancio, egli richiama lentamente il piombo sino a riva, concentrandosi sui segnali che gli provengono dal piombo e possono indicare due diverse situazioni: fondo molle o fondo chiuso. Nel primo caso egli sente un certo trattenimento fangoso al richiamo del piombo, nel secondo avverte distintamente i saltelli della zavorra sugli avvallamenti del letto sabbioso.

La prima circostanza è favorevole alla pesca, poiché favorisce la fuoriuscita degli organismi presenti nella coltre, la seconda non lo è per l’esatto contrario.

Così, nel caso egli non verifichi un’adeguata “mollezza” della coltre, si dovrà trasferire sulla “punta” più vicina; viceversa, nel caso in cui l’eccessiva corrente sviluppi impedimenti all’azione di pesca, in genere causa fastidiosi grovigli al terminale, dovrà ripiegare sul “canalone” più vicino.

Dopo la spiaggia un altro artefice vero è certamente il mare, che è però un elemento sfuggente, imprevedibile, ma costante e attendibile nella sua opera.

L’elemento liquido è l’atmosfera vitale in cui vivono tutte le prede della pesca sportiva, ma con riflessi diversi a seconda della sponda che lo contiene.

Il mare della spiaggia è un lavoratore instancabile, che crea dal nulla circostanze favorevoli alla pesca. Coltiva il fondo, crea habitat, modelle le sponde, prepara le premesse per le forme di vita che nascono e muoiono nell’ambito di pochi mesi.

Nei periodi in cui la spiaggia è colpita dalle onde, i pesci si trasferiscono verso altri habitat, tranne poche e selezionate prede di passo. Non sono queste le circostanze più propizie per la pesca a fondo, che deve essere praticata solo con mare tranquillo e nei periodi adatti alla presenza di pesci stanziali.

 

 

                                                                                 

                                                                                                                                                                   Segue…