LA PESCA AI CEFALOPODI:

calamari, totani e seppie

 

Calamari, totani e seppie sono con i polpi i cefalopodi più pescati lungo le nostre coste. Seppie e totani richiedono necessariamente la barca, mentre i calamari vengono catturati anche da terra.

Ecco, per iniziare, una breve descrizione di questa seconda famiglia di molluschi.

Tutti e tre appartengono all’ordine dei decapodi, così chiamati in quanto posseggono, oltre agli otto tentacoli (lo stesso numero del polpo) altri due, più lunghi. A differenza del polpo, inoltre, preferiscono le acque profonde.

Il calamaro ha il corpo allungato, con due pinne romboidali ai lati della parte terminale del corpo affusolato, che lo fanno assomigliare a una punta di lancia arrotondata. Gli occhi sono quasi laterali, i due tentacoli più lunghi hanno ventose di misura diversa e sono parzialmente retrattili, mentre gli otto tentacoli più corti, non tutti della stessa lunghezza, hanno ventose regolari disposte su due file. Di colore rosa con macchie rosse e brune, il calamaro può raggiungere i 10 kg di peso e 1 m di lunghezza.

Il totano assomiglia abbastanza al calamaro, con le due pinne triangolari più corte, i due tentacoli lunghi non retrattili e dotati di quattro file di ventose, e gli altri otto uguali e lunghi la metà. Ha colore violaceo iridescente e il suo peso può variare da 1 fino a 15 chilogrammi per una lunghezza che va oltre il metro.

Questai decapodi vivono entrambi in profondità, in zone fangose, ma il calamaro ama anche le distese di posidonie e i fondali coralligeni.

La seppia è anch’essa un decapode; ha corpo ovale e schiacciato, dotato all’interno di un telaio osseo (il famoso “osso di seppia”). I due tentacoli più lunghi sono anche più larghi all’estremità, con quattro file di ventose; il colore del corpo varia dal grigio zebrato al verde fino al bruno, poiché la seppia ha capacità mimetiche. Vive su fondali sabbiosi o tra le alghe e gli scogli. La sua vescica è più sviluppata di quella degli altri cefalopodi.

Il totano, come il calamaro, entra in attività di notte ed è questo il momento in cui viene solitamente pescato, soprattutto da dopo il tramonto fino a poco prima dell’alba. Questo però non esclude la possibilità di catturarne anche di giorno, anzi maggiori probabilità si hanno proprio durante il periodo intermedio che va da metà pomeriggio (verso le sedici) a tre o quattro ore dopo il tramonto. I totani, che vivono in profondità, si avvicinano a riva nei mesi freddi, da novembre a marzo, cosa che costringe i pescatori ad affrontare temperature che non di rado raggiungo gli 0° C.

A parte il disagio prodotto dal freddo, la pesca notturna ai totani ripaga ampiamente i piccoli sacrifici che richiede, perché è fatta di azione e, la cattura di un esemplare di buona taglia fa dimentica freddo, fatica e attesa.

Come abbiamo detto, i totani si avvicinano a riva verso il tramonto. Preferiscono fondali fangosi e sabbiosi per cui bisogna conoscere le caratteristiche del tratto di mare in cui si intende pescare. Su un fondo molto roccioso le probabilità di cattura sono infatti minime.

Abitudini e fondali sono gli stessi per calamari e totani, con l’unica differenza che i primi amano anche i letti di alghe.

 

Lenze ed esche: le lenze possono essere semplici, come quelle usate per i polpi, limitate a un monofilo di grosso diametro avvolto su una tavoletta, con una lunghezza media intorno ai cinquanta metri. Dal momento però che pescando di notte si rischia di ingarbugliare il filo durante un recupero, è più comodo usare una canna robusta e rigida, con un mulinello capace di avvolgere cinquanta metri di monofilo dello 0,50.

Totani e calamari si possono pescare sia con esche naturali, sia con esche artificiali. Con esche naturali, solitamente piccoli pesci come boghe o sugarelli non superiori ai 150 g di peso, si usa il “ciuffo” o “totanara” che, nonostante il nome, è valido anche per i calamari. Consiste in un tondino metallico d’acciaio o d’ottone, lungo una ventina di centimetri e con un diametro di pochi millimetri, con a un capo un ciuffo di ami robusti e privi di ardiglione e all’altro un anello saldato che permette di assicurare saldamente la totanara alla lenza.

Sempre restando nel campo delle esche naturali c’è una tecnica, detta del pesce “libero”, che non utilizza la totanara, ma un piccolo pesce morto, legato alla lenza con un cappio intorno alla testa e il filo che gli attraversa il corpo, in modo da farlo rimanere a testa in giù. Il pesce non deve superare i 200 g di peso e può essere una boga, una menola, un sugarello o una sardina. Non si usa piombatura o zavorra, per cui sarà solo il peso dell’esca a fare scendere in profondità la lenza. Poiché la barca non è ancorata, si viene a creare un effetto simile a quello della “correntina” di una piccola traina.

Si è diffusa recentemente l’abitudine di pescare totani e calamari anche con esche artificiali. Fra i tanti colori di cui sono offerte le esche artificiali usate per catturare totani e calamari non manca il bianco, che ha su questi cefalopodi lo stesso potere adescante esercitato sui polpi. Vi sono poi esche dalle particolari forme come coralli o crostacei, i noti “gamberoni” e le totanare a goccia, dette teardrop. Per la pesca notturna sono state messe a punto particolari totanare, dotate all’interno di piccole fonti luminose alimentate da una minuscola pila. In alcuni modelli questa fonte luminosa è intermittente, per accrescere ancora il potere adescante che la luce ha sui cefalopodi.

Una variante consiste nel legare alla totanara alcuni filetti di acciuga sotto sale, in modo da ricoprire completamente il tubetto metallico. Si liberano i filetti dal sale, sciacquandoli una sola volta, anche in acqua di mare, poi si legano saldamente alla totanara. Sono molto adescanti.

 

L’azione di pesca: una volta scelto e raggiunto il tratto di mare con le caratteristiche volute, vale a dire fondali non rocciosi sulla fascia batimetrica dei 30-40 metri e possibilmente non troppo lontani da riva, si lascia che la barca segua lentamente la naturale deriva creata dalla corrente e dal vento (purché questo non sia eccessivo). Allora si cala lenza finché la totanara raggiunge il fondo; la si recupera poi di circa 5 metri e si incomincia a imprimerle un movimento lento e cadenzato; tirandola verso l’alto e lasciandola nuovamente scendere. Questo movimento a saliscendi attira i totani e il pescatore, come già nel caso del polpo, sentirà nella lenza un appesantimento piuttosto violento. Per ferrare il totano è necessario un piccolo strappo deciso, mentre il recupero deve essere veloce ma regolare. Solo se si mantiene un ritmo veloce e regolare, infatti, non c’è pericolo che il totano si liberi mentre è in acqua; questo può invece accadere quando raggiunge la superficie. Bisogna allora essere molto rapidi nel salparlo, magari ricorrendo al guadino non appena il totano appare sul pelo dell’acqua. Dato che tutto si svolge al buio, è assolutamente indispensabile dotarsi di un qualunque sistema di illuminazione: l’ideale è una torcia a batterie abbastanza potente. A proposito c’è da sottolineare come alcuni sostengono che una fonte luminosa in superficie fa convergere in zona un maggior numero di totani o di calamari e risolvono il problema assicurando a uno scalmo della barca la torcia, in modo che il fascio si diffonda sull’acqua verso il basso. Totani e calamari arrivano in genere in barca con il sifone pieno d’acqua ed è normale che, nel momento in cui il cefalopode viene sollevato al di sopra del bordo della barca, un getto d’acqua mista a inchiostro raggiunga il pescatore. Specialmente in inverno, non è piacevole, per cui bisogna evitare di tenere la preda con il sifone rivolto al pescatore, sollevandola in aria e deponendola nella barca a distanza. Meglio metterla subito nel secchio.

Per avere la migliore resa, la pesca notturna va fatta in assenza di luna. E’ importante conoscere le fasi prima di partire per la pesca. E’ dimostrato che con la luna piena le catture diminuiscono notevolmente e gli appassionati di questa pesca a volte escono in mare nelle notti senza luna o con la luna al primo quarto. I periodi migliori rimangono comunque quelli di luna nuova.

Quando si stia pescando con il pesce “libero” si possono catturare totani anche più vicini alla superficie; in questo caso, dopo la consueta fase di recupero, molti usano una fiocina o un guadino quando il cefalopode arriva in superficie, perché così è più facile prenderlo, dato che non è trattenuto da ami.

Con la totanara è anche possibile pescare da terra. Naturalmente, è indispensabile trovarsi su una sponda che raggiunga abbastanza presto una buona profondità. In genere davanti a capi e promontori si hanno buone profondità già vicino a riva e fondali sabbiosi. L’unica precauzione da prendere è quella di studiare bene, di giorno, il posto da cui si vuole pescare, per non rischiare, con il buio, di fare un pericoloso ruzzolone dalla roccia. Altrettanto indispensabili sono una buona torcia e, d’inverno, un abbigliamento termico contro il vento, che di notte sulle punte spesso è piuttosto forte e continuo. Si pesca con la totanara e con l’esca naturale, sistemando a una certa distanza dall’attrezzo un robusto galleggiante del tipo “starlite”, con l’astina luminosa per poter seguire quello che succede dopo il lancio. La canna deve essere di 5-6 metri, robusta, con mulinello abbastanza grande su cui si avvolge monofilo dello 0,30. Si lancia il più lontano possibile, compatibilmente con la posizione da cui si opera, e si aspetta, muovendo manualmente in alto e in basso il galleggiante. Il movimento di deriva della lenza dipende dalla presenza e dall’intensità delle correnti locali. Al momento dell’abbocco, che in realtà si potrebbe definire un “abbraccio” da parte del totano, il galleggiante, per quanto di grosse dimensioni e ottima galleggiabilità, scompare avvertendo il pescatore di quello che è successo. Il recupero dev’essere rapido ma non frenetico e, soprattutto, deve avvenire a velocità costante, tenendo il guadino dal manico lungo immediatamente in posizione.

La pesca dalla barca è più fruttuosa, ma anche da terra ci si può divertire.

Tutte le tecniche di pesca per il totano possono essere usate senza alcuna variazione anche per il calamaro, attendendo, naturalmente, la stagione giusta.

Quando si pesca con le esche artificiali come il gamberone, l’azione di pesca non varia: una sorta di lenta traina creata dalla deriva dell’imbarcazione, con una lenza armata con uno o due gamberoni non zavorrati, liberi di fluttare nell’acqua. Se si pesca con la barca ancorata, soluzione a volte necessaria in zone dove la corrente è molto forte o con un vento di superficie che farebbe scarrocciare la barca troppo rapidamente, la lenza, invece che con l’imitazione, finisce con una zavorra di piombo munita di un folto ciuffo di ami.

C’è un altro modo di fare la traina profonda ai totani, montando sul finale di lenza gamberoni e totanare alternati, in modo da poter pescare contemporaneamente a varie profondità.

Infine una curiosità: la pesca dei totani e dei calamari può essere paragonata al vino e alle sue annate. E’ fatto risaputo che ci sono anni in cui la frequenza dei cefalopodi è costante e notevole e annate meno buone o decisamente scarse.

 

La pesca della seppia: il periodo migliore per pescare le seppie coincide con il periodo della loro riproduzione, cioè da marzo a maggio.

Questi cefalopodi vivono lungo tutte le nostre coste, con una presenza più cospicua nella laguna veneta, dove arrivano anche a basse profondità (anche 4 o 5 metri) nelle vie d’acqua, in particolare quelle percorse quotidianamente dai traghetti. Dato che vive sui fondali ricchi d’alghe e di scogli, una seppia può casualmente essere pescata anche quando ci si sta dedicando ad altri pesci, magari a fondo, perché è ghiotta delle esche normalmente usate per tale tecnica, compresi gli anellidi di mare. Ma è un fatto casuale. La pesca alla seppia si può fare dalla barca o anche dalla riva. L’esca ideale è il granchio, meglio se della specie chiamata in gergo “granchio di paranza”, quello cioè che i pescatori professionali trovano nelle loro reti e che è facilmente reperibile su tutte le banchine dei porti. Per avere una resa migliore bisogna che il granchio sia vivo, innescato nella parte posteriore senza ledere i centri vitali e privato delle chele, perché hanno sulle seppie un effetto negativo. Come per gli altri cefalopodi, la lenza classica è quella a mano, con all’estremità un amo a gambo corto n. 6 o 8 e, sopra un piombo di circa 30 g. per poter far scendere l’esca sul fondo. Si pesca come con il bolentino: si cala l’esca a fondo, la si solleva non più di 1 metro, lasciando che il lento scarroccio della barca faccia percorrere alla lenza un percorso appena al di sopra del fondale. L’orario di pesca va dall’imbrunire a tre ore dopo il tramonto. Più tardi, nella notte, sarà difficile fare qualche cattura. Le altre modalità della tecnica di pesca sono quelle che abbiamo già visto per gli altri cefalopodi, con una differenza sostanziale per quanto riguarda l’attacco della seppia all’esca: mentre polpi, totani e calamari avviluppano l’esca con i tentacoli per portarsela via, la seppia attacca proprio come un pesce, usando il suo apparato boccale. La si pesca dunque con normali ami.