PESCARE LA LAMPUGA

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Tra i pesci più belli e particolari pescabili in Mediterraneo, la lampuga rappresenta sicuramente una delle catture più ambite della traina veloce. Anche se la taglia è mediamente ridimensionata rispetto agli esemplari pescabili in oceano, rimane in ogni caso un pesce altamente sportivo, in grado di esaltare i recuperi su lenze ultraleggere e rendere il combattimento incerto ed entusiasmante fino all’ultimo, con spettacolari salti ed evoluzioni sotto la superficie. Praticamente inconfondibile, nella grazia delle sue forme e nella sua splendida livrea, questo Coryphene, tipico delle zone tropicali e sub tropicali conosciuto anche con il nome di Dorado, ha saputo ambientarsi ottimamente in Mediterraneo, dove è oramai registrato un continuo incremento degli stock, anche con la presenza di esemplari di dimensioni sempre maggiori. Di carattere gregario, vive in banchi composti da numerosi esemplari, e spesso la si trova in promiscuità insieme ai tonnetti, con i quali divide sia le rotte che la dieta, soprattutto a base di clupeidi e piccoli esemplari di pesce azzurro. Durante i lunghi spostamenti ama soffermarsi all’ombra dei relitti galleggianti anche di piccole dimensioni, abitudine che la rende particolarmente vulnerabile ed esposta alla cattura.

La traina alla lampuga sarà effettuata utilizzando attrezzature leggere ed ultraleggere, il riferimento di base è un corredo stand-up da 8/12 libbre, anche se chi cerca emozioni ancora più forti può optare per un equipaggiamento tipico da spinning. Le canne, in ogni caso, dovranno avere una spiccata azione di punta, per rispondere meglio agli attacchi sulle esche e garantire una ferrata veloce e sicura, mentre per quel che riguarda i mulinelli è bene orientarsi su prodotti affidabili, magari con freno a leva per i rotanti e bait-runner eventualmente per i fissi, che risulteranno più facili da gestire in una tecnica così fortemente dinamica. La lenza in bobina dovrà essere preferibilmente di colore neutro e soprattutto a bassa elasticità, mentre per il terminale un ottimo fluorcarbon si lascia preferire alle soluzioni tradizionali. Per quel che riguarda le esche, lo spettro di quelle utili è vastissimo: dai piccoli kona ai minnow, passando per i cucchiaini, gli octopus e le anguilline siliconiche, ottimi anche i piccoli Jigs di derivazione tropicale. Durante la battuta è bene provare variando le proposte, anche dopo aver effettuato catture: i pesci, infatti, identificando l’insidia smettono di attaccare le esche, che magari fino a pochi attimi prima stavano funzionando egregiamente.

Scelte le esche e filate in mare ad una distanza compresa tra i 30 e i 50 metri, procederemo ad una velocità di circa 4/5 nodi parallelamente alla costa. L’assetto ideale è composto da due canne in pesca, con quella più vicina alla barca affondata di circa 1-2 metri utilizzando un piombo a sgancio rapido. Durante la traina cercheremo di scorgere qualche segnale che indichi presenza di pesce, come ad esempio l’attività dei gabbiani o il ribollire della superficie per la minutaglia in fuga. In mancanza di riferimenti, intensificheremo i nostri passaggi nei punti con maggiori sbalzi di fondale, dove solitamente le correnti ascensionali favoriscono la presenza dei piccoli pesci foraggio o anche nei pressi degli strapiombi rocciosi dove in parete è possibile trovare le lampughe in caccia. Altro scenario inedito e particolarissimo, è trainare nei pressi delle cosiddette “cannizze”, che altro non sono che dei sistemi realizzati con galleggianti ancorati al fondo e foglie di palma, che i pescatori professionisti meridionali utilizzano per richiamare le lampughe e anche altri pelagici, per poi catturarli utilizzando le reti a circuizione.

Di queste capunare, come vengono anche chiamate (dal nome dialettale della lampuga, ossia capuni, richiamando la forma della testa) sia lo Ionio meridionale che il basso Tirreno ne sono praticamente invasi, spesso allineate per decine di miglia e distanziate tra di loro 200/300 metri. Far passare le esche nei loro pressi significa cattura quasi aritmetica, anche se è doveroso autoregolamentarsi per quantità di pescato e taglia delle prede, rilasciando sempre ed incondizionatamente i piccoli esemplari.

Articolo tratto dalla rivista “Pesca in Mare ”