IL ROCKFISHING

 

Il rockfishing, nome che significa “pesca dalla roccia”, è una specialità antica, ma che solo da pochi anni ha conosciuto un notevole impulso tecnico. Prima, infatti, la roccia era considerata semplicemente un habitat pescoso, dal quale i pescatori potevano fare facili catture. Oggi i sistemi si sono evoluti e perfezionati e il rockfishing è diventato una disciplina, contraddistinta da tre elementi: la tecnica, la sportività e le grandi prede. E’ tuttavia rimasta una tecnica complessa, la cui conoscenza richiede costante approfondimento; solo così si potrà acquisire un vero e proprio “patrimonio” di cui essere giustamente orgogliosi.

Avvicinandosi per la prima volta alla roccia, il pescatore deve anzitutto affrontare i problemi legati alla postazione di pesca, che deve essere facilmente accessibile, e alla identificazione di una zona sommersa favorevole. L’operazione non è difficile. La roccia emersa che costituisce la costa digradando forma la parte di roccia sommersa. La zona di mare che fronteggia una parete a picco indicherà chiaramente la presenza di un fondale elevato; allo stesso modo, una costa rocciosa dal profilo tondeggiante sarà indice di una profondità minore e progressiva.  Il tipo di costa, e quindi di fondale, da scegliere dipende dalle intenzioni che stanno alla base di una battuta di pesca e dallo stato del mare.

Se si intende effettuare una battuta diurna, qualunque sia lo stato del mare, sarà più indicata una profondità medio-elevata; se invece si intende pescare di notte, la scelta potrà ricadere su un settore profondo in presenza di mare mosso oppure su un fondale elevato in tutti gli altri casi.

La principale differenza tra questi due settori di pesca sta nella diversa concentrazione di pesci.

Infatti il mare mosso conduce sui bassi fondali rocciosi quei pesci che, oltre a trovarsi a proprio agio nella corrente, si cibano degli organismi che le onde staccano dal fondo e portano in sospensione. Si tratta prevalentemente di pesci di media taglia. Al contrario, l’elevata profondità favorisce il passo di pesci notevolmente più grossi, i quali preferiscono la copertura offerta da 10 o più metri di fondale, soprattutto nelle ore notturne.

Ma il rockfishing, come tutta la pesca, non è una scienza perfetta. Così, per ottenere dei risultati costanti, occorre andare oltre le semplici considerazioni.

Le coste rocciose presentano un habitat sommerso solo apparentemente omogeneo e mai del tutto “favorevole” o “sfavorevole”: nello stesso settore vi sono zone più ricche e altre più povere. Tralasciando le opere sommerse artificiali, i punti in cui più elevata è la presenza delle specie stanziali sono di norma contraddistinti da una giusta percentuale di praterie di posidonia, franate e spiazzi sabbiosi, i quali offrono tane ed anfratti in cui ripararsi e una complessa catena alimentare che arriva sino al predatore di passo. Questo per quanto riguarda i fondali; in superficie, invece, il segnale di pescosità di una zona è dato dalla “schiuma”, che è infatti indice di onde e di movimento delle acque, quindi di ossigenazione. Al contrario, la presenza di vegetazione sommersa è un indice negativo, poiché questa è la principale consumatrice di ossigeno. Le acque in cui maggiore è l’ossigenazione sono quelle presso le punte di roccia protese verso il mare aperto che, a causa del fondo più accidentato, raddoppiano la corrente che le attraversa.

La schiuma localizzata nelle zone di maggior turbolenza richiama i pesci che si cibano dei sedimenti in sospensione e allo stesso tempo ossigena i settori adiacenti, più profondi e tranquilli. In una zona dell’ambiente poco adatto, anche un’onda gigantesca e molto schiumosa non produce lo stesso effetto di un’onda più piccola che frange su un letto migliore. Quando la costa è bassa, con la riva poco inclinata, oppure quando è troppo ripida, l’onda che vi si abbatte disperde la sua energia in modo errato. Nel primo caso sviluppa la sua forza nella parte emersa, nel secondo invece si disintegra troppo velocemente. La riva che meglio ossigena la sua zona sommersa antistante è quella conformata a “cucchiaio”; questo tipo di costa raccoglie l’onda e fa sì che questa inverta la sua marcia, restituendola al fondale ricca di sedimenti e di ossigenazione. Molta importanza ha pure la fascia di mare appena più distante dalla riva, dove, al tempo delle migrazioni autunnali, stanziano o passano molti pesci.

Le possibilità di pesca sono migliori se a poche miglia dalla costa ci è un brusco sbalzo di profondità, che tocca rapidamente i 200 metri. E’ una fascia a fondo misto, coralligeno, roccioso e fangoso sul letto. Per poter trovare il punto migliore dal quale pescare, gli specialisti del rockfishing affrontano spesso lunghe arrampicate su pericolose scarpate a strapiombo sul mare.

 

Gli attrezzi: visto che spesso l’appassionato di rockfishing deve spostarsi, la sua attrezzatura deve essere ridotta. In generale possiamo suddividere gli attrezzi leggeri e pesanti. I primi sono indicati quando, con azioni di pesca veloci, si miri a pesci di dimensioni medie; i secondi servono per affrontare con grosse esche i pesci di maggiore mole. Le classificazioni non sono però rigide: le stesse canne sono utilizzabili per entrambi le azioni, la differenza è data dai mulinelli e dai terminali.

Le canne devono possedere requisiti specifici per il recupero ed essere in grado di lanciare con precisione sia zavorre leggere sia pesci-esca vivi pesanti qualche etto. La loro azione è tipicamente di punta, morbida e sensibile; il corpo mediano è potente ed elastico, mentre il manico è rigido. Sono abbastanza simili alle canne a ripartizione di sezioni usate nel surfcasting, soprattutto per quanto riguarda la lunghezza (3.60 m.).

Questi due elementi sono particolarmente utili, poiché, pescando a rockfishing, è importante che nelle fasi finali del combattimento la preda sia mantenuta distaccata dalla parete rocciosa, lungo la quale potrebbe trovare appigli.

Le canne per il rockfishing hanno alcune caratteristiche proprie: sono preferibilmente telescopiche, hanno minore potenza (da 80 a 200 g.), e sono dotate di una ghiera porta-mulinello. Il materiale più diffusamente impiegato è il carbonio: puro per il manico, unito a fibre più elastiche per il corpo della canna e per la vetta. Per quanto concerne la dotazione di anelli, è meglio ricorrere a un montaggio “ibrido”, in grado cioè di accontentare sia le esigenze di un mulinello a bobina fissa, sia di un rotante. Cinque soli anelli, con diametro variabile da 10 mm (alla vetta) a 30 mm (a circa 1 metro dal mulinello), costituiscono l’ideale per qualsiasi esigenza operativa. La ghiera porta-mulinello va montata a circa 70 cm dalla base della canna, con mulinelli sia a bobina fissa, sia rotante.

Più del lancio, nel rockfishing è importante il momento di recupero della preda, operazione che si svolge spesso in posizione oltremodo precaria, La cintura reggi-canna diventa allora un complemento importante, addirittura insostituibile nei combattimenti che si protraggono oltre i 10 minuti.

I mulinelli a bobina fissa sono i più adatti per la pesca veloce, con ridotti tempi di controllo e le cui prede hanno un peso che va dai 500 g. fino ai 2 kg. La rapidità e la maneggevolezza sono caratteristiche quasi irrinunciabili in un mulinello, specie nel recupero di prede e piombo. Per quanto riguarda la capienza della bobina, è bene che questa non scenda al di sotto del 250 m di monofilo dello 0.45, un diametro ideale per il rockfishing “leggero”. La frizione, situata preferibilmente sulla parte alta della bobina, deve essere potente e affidabile e deve considerare una registrazione progressiva.  Sempre nello stesso meccanismo, è utile un dispositivo di segnalazione dell’abboccata, rumoroso quanto basta per un rapido intervento sulla canna. Il telaio del mulinello deve essere robusto, in grado di sopportare gli inevitabili urti contro la roccia. La manovella è la leva che dà forza al recupero, per cui deve avere un braccio particolarmente lungo (almeno 8 cm).

Nel rockfishing, il monofilo deve poter sopportare un trattamento “brutale”, con trazioni brusche, abrasioni sulla roccia e una grande pressione sugli anelli della canna. Nella ferrata e nel recupero, l’elasticità deve essere ridotta al minimo, giusto un piccolo margine di sicurezza, in quanto spesso con le prede allamate si deve combattere un vero e proprio “tiro alla fune”. Lo stesso vale per il carico di rottura, che deve essere il più alto possibile per il diametro prescelto. Per esempio: 15 kg per lo 0.45, un valore di gran lunga surdimensionato al carico normalmente assegnato a un buon monofilo di questo diametro. Chiaramente, con l’aumentare del diametro, si ha anche un incremento del carico e quindi, per esempio, uno 0.60 utilizzato nella pesca “pesante” non richiede surdimensionamento: i suoi 22-30 kg sono più che sufficienti. Date le sue caratteristiche di “durezza”, il monofilo usato nei mulinelli può trovare impiego anche nella realizzazione dei terminali.

Il piombo, nel rockfishing, assolve essenzialmente il compito di “zavorra”: trascina le esche nel lancio e le tiene sul fondo. Questo almeno per quanto riguarda le normali circostanze della pesca veloce, dove trovano impiego piombi in svariate fogge, con pesi da 50 a 100 g e profili filanti, meno soggetti all’incaglio. Le cose però cambiano radicalmente nei tentativi di pesca “pesante”, dove l’esca viva trascina in corrente il piombo normale, pesante anche oltre 100 g. In questo caso si produrrà sicuramente un incaglio irreversibile che allontana l’esca dal punto di caduta, e allenta il filo. Come soluzione si sono impiegati con successo i piombi grappinati usati nel surfcasting, i quali “tengono” una volta giunti sul punto di caduta e possono essere in seguito richiamati aprendo i grappini. Modelli consigliati: gli acquazoom da 150 a 175 g. Da tenere presente la regola del “piombo guardiano”, collegato cioè al terminale tramite uno spezzoncino di filo più sottile o con altre soluzioni simili: è infatti meglio perdere la sola zavorra che l’intero terminale. Gli ami variano a seconda che si impieghino per il rockfishing leggero o pesante. I primi devono possedere un’ottima punta ed essere sufficientemente leggeri.

I terminali usati in questa tecnica di pesca dalla roccia sono quelli definiti Pater Noster e Monotrace.

 

Le prede: sono quasi tutte possenti e mettono a dura prova la resistenza del monofilo e delle altre attrezzature. Ecco di seguito le predi più frequenti e le esche consigliate per la loro cattura:

 

Saraghi:  vengono catturati con filetti di sardina o cefalopodi. Pascolano nei settori profondi e schiumosi.

 

Spigola: si pesca prevalentemente di notte. Gradisce esche come il filetto di sardina o un piccolo pesce-esca. La sua presenza è occasionale.

 

Orata: di giorno abbocca a esche come il granchio, il cannolicchio, il murice. Di notte o con tempo perturbato non disdegna il calamaro e la seppia.

 

Corvina: bel pesce, tipico dell’ambiente roccioso e dalle abitudini notturne. Predilige soprattutto gli anellidi, innescati ad ami di numerazioni piccoli.

 

Murena: tipica preda del rockfishing, è attiva prevalentemente di notte. Si avventa su molte esche, dal calamaro al filetto di sardina. Recide facilmente il finale con i denti oppure lo aggroviglia avvitandosi su se stessa.

 

Grongo: E’ un Congride che condivide però habitat e abitudini della murena. Ama rintanarsi negli anfratti dei fondali rocciosi che abbandona solo di notte. Allora lo si pescherà, quali che siano le condizioni del mare e del tempo, usando come esca la trancia di seppie, di calamari oppure di sardine.

 

Dentice: è una preda molto ambita. Ama le medie profondità, ma non disdegna la caccia in acque turbolente, nelle quali è attivo dalle prime luci dell’alba al tramonto. Attacca quasi esclusivamente esche vive, innescate su terminali non molto voluminosi. Sono consigliati i piccoli saraghi innescati sul dorso con ami n. 1/0 o 2/0, avendo cura di non ferirli per non ridurne la vivacità.

 

Pesce serra: ottimo predatore, catturabile con ogni condizione di mare, sia di giorno, sia di notte. Gradisce piccole esche vive come le boghe ma anche esche oleose, come i filetti di sardina. Richiede ami non molto grossi, ma finale in acciaio per via della affilata dentatura.

 

Cernia: può essere considerata la vera regina del fondale roccioso, dove resta immobile nelle ore diurne. Di notte si avventura a caccia, sempre protetta da almeno 5-10 metri d’acqua. Non ama il mare troppo mosso ma, è attratta da abbondanti porzioni d’esca, come la seppia, il calamaro, la sardina. Sono di rigore il terminale metallico e gli ami di grossa numerazione, poiché spesso la cernia tende a intanarsi subito dopo l’abboccata.