UN FUTURO TROPICALE

 

Ad offrircene straordinaria testimonianza sono i giacimenti fossiliferi delle Dolomiti, ed in particolare quello di Bolca, dove i resti pietrificati di innumerevoli pesci tropicali e delle strutture di vere e proprie barriere coralline ci ricordano questa singolare realtà. Tropicale, il Mediterraneo, lo è già stato e tropicale potrebbe tornare. Messi alle spalle gli infiniti tempi biologici, quelli che hanno ritmato lo scorrere del tempo sulla terra cambiandone più volte il volto, oggi il Mediterraneo del ventunesimo secolo sembra vivere lo stress di una nuova tropicalizzazione, dovuta in parte ai naturali assestamenti climatici, molto più, probabilmente, agli effetti nefasti dell’attività antropica, di cui l’effetto serra è il fenomeno più macroscopico ed incisivo, gli effetti della tropicalizzazione non si riscontrano solo nelle insolite temperature dell’acqua, che l’anno scorso hanno raggiunto punte mai viste prima, ma soprattutto nell’ampliamento areale di molte specie marine, ricordiamo fra queste i pesci-pappagallo e i pesci balestra e, soprattutto nell’apparizione di specie alloctone e tipiche di mari tropicali.

Le forti mutazioni climatiche degli ultimi anni hanno dato notevole impulso a questa singolare migrazione, e nel 1986, tanto per mettere in numeri il concetto, le specie animali trasmigrate in Mediterraneo dal Mar Rosso erano quaranta, ed alcune avevano già acquistato importanza commerciale. Oggi questo numero ha già toccato quota 250 (56 sono pesci), con presenze che possono rallegrare il pescatore, ma preoccupano giustamente il biologo. L’ecosistema del Mediterraneo non è infatti ancora perfettamente stabilizzato ed offre quindi nicchie biologiche a disposizione di specie sicuramente più aggressive e determinate come quelle tropicali, in grado quindi di alterare significativamente gli equilibri ecologici. Ma c’è un’altra importante considerazione da fare. L’esagerato sviluppo della pesca professionale, che solo negli ultimi 30 anni ha incrementato il pescato di oltre il 100%, ha fortemente ridotto la taglia media degli stock ittici. Un fenomeno toccato con mano anche dai pescatori sportivi. Questa riduzione di taglia, non solo ha pericolosamente avvicinato le specie all’età della loro prima riproduzione, con le ovvie conseguenze, ma proprio per la diminuzione di taglia ne ha anche indebolito le difese nei confronti di nuovi predatori.

Mentre il mondo scientifico osserva con attenzione il fenomeno, quello dei pescatori sportivi affila le armi notando che fra le schiere dei nuovi invasori ce ne sono diversi che potrebbero pentirsi di non essere restati a casa loro. In primis, anche se qui si tratta più che altro di uno sconfinamento areale, parliamo di barracuda e pesci serra, due specie già ben presenti in Mediterraneo, ma prevalentemente legate ai nostri mari meridionali. Oggi le mutate condizioni climatiche hanno spinto questa specie molto più a nord, ponendo degli interrogativi biologici di non poco conto. Parliamo infatti di due specie particolarmente aggressive, predatori con pochi nemici e una grande capacità di incidere sulla minutaglia del sottocosta, entrando conseguentemente in competizione con altri predatori già presenti. In effetti, a giustificare l’espansione delle specie in oggetto, potrebbe anche essere la rarefazione di uno dei pochi predatori in grado di limitarne la prolificazione: le grandi ricciole, che ormai decimate dall’azione delle cianciole professionali sono sempre più rare.  Fra l’altro, per quello che riguarda il barracuda, mentre è sempre esistita una specie endemica, lo Sphyraena sphyraena, oggi sono presenti almeno altre due specie come lo Sphyraena chrysotaenia e lo Sphyraena flavicauda, di chiara origine tropicale e di dimensioni più importanti rispetto al nostro luccio di mare.

Allo stesso tempo si è però verificato l’ingresso di specie del tutto nuove per i nostri mari, sia attraverso lo Stretto di Gibilterra che attraverso il canale di Suez. Quest’ultimo fenomeno, chiamato “migrazione lessepsiana” (dal nome dell’ingegnere che costruì il canale di Suez), ha come detto già portato in Mediterraneo oltre un centinaio di nuove specie. Molte sono di scarso interesse per i pescatori sportivi, ma molte altre potrebbero esserlo assai di più. Come ad esempio nuove specie di carangidi tipicamente tropicali più volte avvistati e catturati in Tunisia e in Calabria, i pesci chirurgo notati in Egeo, i pesci palla, le enormi salpe presenti in Libia, le altrettanto grandi triglie e cefali che stanno per affacciarsi anche nei nostri bacini meridionali o le varie specie di barracuda tropicali già citate. Ben più affascinante, però, la documentata presenza di predatori oceanici. Se il marlin bianco non è certo una novità per i bacini occidentali del Mediterraneo, essendo una preda tutt’altro che rara del big game lungo le coste spagnole, lo è in assoluto per le nostre coste. Tuttavia il baby catturato due anni fa lungo le coste laziali, pur non avendo potuto avere l’avallo scientifico, è qualcosa di assolutamente simile ad un marlin. Per non parlare del piccolo pesce vela catturato in Sicilia nei pressi dello Stretto di Messina, dove per altro negli anni scorsi era già rimasto nelle reti un esemplare adulto.

 

Articolo di Stefano Navarrini - tratto dalla rivista “Fisherman - Panorama”.